Vasi in gres e smalti
(in)continent
2024
Quest’opera è composta da due bottiglie in ceramica cotte a legna.
La ceramica è stata storicamente definita attraverso la logica del contenitore: un confine solido e costruito che separa interno ed esterno, contenimento ed esposizione.
In questo lavoro, ciascuna bottiglia è attraversata da una serie di piccole perforazioni ricavate nella parete d’argilla. Questi interventi sono introdotti intenzionalmente per destabilizzare il ruolo convenzionale dell’oggetto come contenitore protettivo, aprendo invece a una lettura più concettuale e poetica.
Perforando la materia, il confine del vaso si trasforma da barriera rigida a “pelle porosa”. La parete solida diventa un luogo di transizione.
Pur mantenendo la forma riconoscibile della bottiglia, la sua capacità di contenere risulta compromessa. Il contenitore emerge così come negoziazione di limiti, definito esattamente nel punto in cui il confine destinato a garantire la chiusura cede il passo al passaggio. Interno ed esterno iniziano a dissolversi.
Questa soglia produce una tensione tra trattenere e rilasciare, tra funzione e fallimento.
Il lavoro mette in evidenza come i confini — fisici o concettuali — non siano mai realmente statici, ma soglie in attesa di un momento di liberazione.
Le perforazioni si ispirano alla logica della carta perforata o dei francobolli: sistemi progettati per anticipare la separazione. Così come un francobollo è pensato per essere staccato da un foglio più grande, queste bottiglie suggeriscono la possibilità di rimozione e trasformazione. Attraverso il distacco o la “messa in evidenza” di queste sezioni, l’utente può modificare attivamente forma e funzione dell’oggetto. In questo senso, il confine non è stabile né assoluto, ma contingente e performativo, soggetto alla trasformazione attraverso il gesto, l’uso e il tempo.
Ciò che appare come un insieme coerente contiene già in sé le condizioni della propria frammentazione. In dialogo con il linguaggio della cartografia, le perforazioni circolari e rettangolari inscrivono un confine all’interno del confine, suggerendo una seconda soglia di sovranità incorporata nell’oggetto.
La scelta delle geometrie introduce una dimensione simbolica: il cerchio evoca l’organico, il continuo, l’infinito; il rettangolo rimanda al razionale, al costruito, all’artificiale.
In conclusione, il lavoro riflette sulla natura del limite. Trasformando il contenitore tradizionale in un esercizio di porosità, queste opere mostrano come il confine non sia soltanto un punto di chiusura, ma uno spazio di potenziale transizione.
Anche i contenitori più solidi possono diventare territori aperti, dimostrando che ciò che consideriamo assoluto può essere messo in discussione e ridefinito. Ricordano che spesso è proprio nel punto di rottura — la perdita, la lacerazione, la frattura — che si apre la possibilità di liberazione.
Dopo un decennio di attività come architetto, ho sentito l’esigenza di avvicinarmi a una forma di espressione più intuitiva e tattile. La ceramica è diventata il mio modo per riconnettermi al gesto e alla materia.
Ho inizialmente lavorato con la porcellana — delicata, instabile ed esigente — utilizzando la tecnica del colombino e lasciando volutamente visibili le giunzioni, per creare superfici che si modificano con la luce e l’ombra.
La cottura a legna e il grès hanno recentemente trasformato la mia pratica, permettendomi di esplorare la dimensione più terrestre del materiale e le superfici modellate da fuoco e cenere, accogliendo l’imprevedibilità come parte del processo.
Il mio interesse si concentra nel mettere in discussione l’idea classica di ceramica come contenitore, spingendo le forme verso la scultura ed esplorando la tensione tra funzione e non-funzione.