Panca in acciaio
Chain
2026
Una catena è un simbolo immediatamente riconoscibile del confine. Nello spazio pubblico viene spesso utilizzata per delimitare un territorio, impedire l'accesso o separare un'area da un'altra. Può rappresentare controllo, limitazione o distanza e, in questo senso, costituisce un segno fisico della divisione.
La catena, tuttavia, possiede anche un altro significato: è composta da anelli collegati tra loro. Ogni elemento è autonomo, ma solo l'insieme dà origine alla sua forma compiuta. Diventa così anche simbolo di connessione e interdipendenza.
Questo progetto rilegge tale duplice natura. Invece di separare, la catena inizia a connettere. L'installazione non chiude lo spazio, ma invita a sostare. Può essere utilizzata come seduta, luogo di riposo o punto d'incontro. Un simbolo tradizionalmente associato al limite si trasforma così in un elemento condiviso, capace di favorire la presenza e il dialogo. In questo modo il progetto interpreta il confine come uno spazio di contatto e di scambio.
La forma dell'installazione è aperta e leggera. La struttura, realizzata con tubolari d'acciaio saldati, disegna nello spazio un segno tridimensionale, un profilo nero che definisce senza chiudere. Non è un muro compatto, ma una struttura permeabile: il confine non si presenta come una barriera rigida o impenetrabile, bensì come una cornice che identifica un luogo senza impedirne l'attraversamento.
Anche la modularità riveste un ruolo fondamentale. Tre elementi collegati tra loro danno origine a una struttura ripetibile, espandibile e adattabile a contesti differenti. L'installazione può essere collocata sia in ambienti interni sia all'aperto, in un giardino, un cortile o uno spazio urbano.
In ogni situazione, Chain agisce come punto di transizione tra condizioni diverse: tra architettura e paesaggio, tra movimento e sosta.
Chain suggerisce che il confine non debba essere inteso esclusivamente come elemento di separazione. Può diventare uno spazio condiviso, un luogo in cui persone e significati si incontrano. Il progetto non nega l'esistenza dei confini, ma propone un diverso modo di interpretarli: come qualcosa che può unire anziché dividere. In questo senso, l'installazione offre una risposta essenziale e immediata al tema del Confine, inteso come il luogo in cui uno spazio termina e una relazione ha inizio.
Bartosz Mucha è un designer che opera tra la bidimensionalità e la tridimensionalità, laureato all'Accademia di Belle Arti di Cracovia (Master, 2004). Durante gli studi ha trascorso un semestre presso l'École Supérieure d'Arts Graphiques di Parigi, ampliando la propria ricerca all'interno di un contesto internazionale. Il suo lavoro si colloca all'intersezione tra design, arte e para-architettura.
Tra il 2004 e il 2011 è stato cantante e autore dei testi del gruppo math rock Maria Celeste, un'esperienza che ha affinato la sua sensibilità verso ritmo, struttura e narrazione, elementi che continuano a caratterizzare il suo approccio progettuale.
È il fondatore di Poorex, studio indipendente di design e ricerca artistica con cui opera principalmente nel circuito delle gallerie e in collaborazione con istituzioni culturali. Lo studio si concentra sulla realizzazione di pezzi unici e piccole serie, in equilibrio tra design sperimentale e arte contemporanea, sviluppando la propria ricerca attorno a tre principi fondamentali: sperimentazione, oggetto e para-architettura.
I suoi progetti sono spesso accompagnati da brevi opere video che ne ampliano la dimensione narrativa, mentre la pubblicazione di libri rappresenta un'importante sintesi di alcune serie di lavori. Accanto all'attività di studio, Mucha si dedica all'insegnamento, incoraggiando gli studenti a sviluppare un approccio concettuale e sperimentale al design. Attualmente insegna presso la Facoltà di Design della SWPS University.