Seduta in acciaio e stoffa in velluto ricamata a mano
Petit Chou
2026
Petit Chou è una poltroncina lounge indoor che nasce da un segno sinuoso e continuo, disegnato nello spazio con una struttura curvilinea in acciaio. Il telaio accompagna la seduta rotonda, morbida e leggera, ne definisce il perimetro e prosegue fino allo schienale, attraversando il cuscino d’appoggio.
La struttura è asimmetrica, una caratteristica ricorrente nel linguaggio progettuale di Marta Gay. L’asimmetria nasce dall’idea che l’equilibrio non debba necessariamente coincidere con la simmetria e dalla ricerca di una forma di perfezione che si trovi proprio al di fuori di essa. La simmetria assoluta rimane infatti un ideale difficilmente raggiungibile nella realtà: anche ciò che appare perfettamente simmetrico conserva inevitabilmente differenze e irregolarità. Come il corpo umano, un oggetto può invece trovare armonia nella propria unicità. Petit Chou assume quindi l’asimmetria come condizione esplicita della forma, trovando in essa il proprio equilibrio e avvicinando l’arredo a una dimensione più umana dell’abitare.
Petit Chou si colloca sul confine tra culture progettuali, geografie e memorie artigianali diverse. Da un lato richiama una sensibilità legata al design italiano, attenta alla proporzione, alla chiarezza della forma e alla continuità del segno. Dall’altro accoglie suggestioni nate da un viaggio in India. Le sedute basse, l’idea di una lounge informale, i cuscini generosi, la ricchezza dei tessuti e la presenza viva della mano artigiana rappresentano il linguaggio visivo e culturale. Il disegno del tessuto nasce dall’osservazione dei motivi floreali del Taj Mahal, realizzati secondo la tecnica del Parchin Kari, intarsio di pietre dure e semipreziose nel marmo. Questo linguaggio ornamentale, legato alla tradizione moghul, ha a sua volta origine nel commesso di pietre dure fiorentino. Il motivo diventa così il punto di partenza di un viaggio di ritorno. Una tecnica nata in Italia, arrivata in India secoli fa attraverso scambi artistici e culturali, viene oggi reinterpretata su tessuto e riportata all’interno di un oggetto di design contemporaneo italiano. Il motivo attraversa il tempo, i materiali e le geografie: dalla pietra al filo, dal marmo al tessuto, dall’architettura monumentale alla dimensione intima e domestica della seduta.
Il tessuto di Petit Chou è interamente ricamato a mano in Kashmir attraverso un fine lavoro ad ago su velluto, realizzato con filati mouliné di cotone Anchor. Il crewel tradizionale kashmiro, storicamente eseguito con filo di lana e uncino aari, costituisce un riferimento artigianale per il progetto e testimonia la ricca cultura tessile del Kashmir, anche grazie agli scambi con il mondo centroasiatico, persiano e moghul. La ricchezza materica deriva dalle variazioni nella densità, nella direzione e nella dimensione dei punti, dalla combinazione dei colori e dal contrasto tra le aree ricamate e le parti in cui il fondo di velluto rimane visibile. Nel contesto di Petit Chou, questa tecnica non viene scelta solo per la sua qualità estetica, ma perché permette di affidare il tessuto a una tradizione artigianale ancora viva, capace di trasformare il disegno in una superficie ricca e tattile.
La realizzazione di Petit Chou ha coinvolto diverse realtà indiane. Il tessuto è stato sviluppato in collaborazione con October, studio tessile fondato da Pragya Aggarwal, con sede a Jammu. Il disegno, ideato da Marta Gay, è stato applicato al tessuto con il supporto della textile designer Tanvi Jadhav e successivamente tradotto in ricamo a mano dall’unità di ricamo di Bashir, attraverso un processo condiviso di campionatura e ricerca su colore, densità, scala e texture. La struttura della seduta è stata invece realizzata da Diviana, azienda con sede a New Delhi specializzata in arredi su misura e soluzioni d’interni di alta gamma, che unisce progettazione italiana e artigianalità indiana.
Grazie a queste collaborazioni, Petit Chou riconosce l’artigianato come parte sostanziale del progetto. La mano che ricama entra nella narrazione dell’oggetto e ne definisce il valore. Il progetto intende dare visibilità a una manodopera spesso centrale nella produzione globale, ma raramente riconosciuta nella sua piena autorialità. L’artigianato tessile, oltre al suo valore storico e culturale, rappresenta per molte donne in India uno spazio di autonomia, competenza e possibilità imprenditoriale. Petit Chou nasce quindi come una soglia: tra Italia e India, tra design e artigianato, tra struttura contemporanea e memoria ornamentale. Il confine diventa un luogo di scambio, uno spazio in cui forme, tecniche e storie lontane possono incontrarsi e generare una nuova possibilità di abitare lo spazio.
Marta Gay è una giovane designer italo-svizzera con una formazione in storia dell’arte, curatela e design. Il suo percorso nasce dall’interesse per gli spazi espositivi e per il dialogo tra opere d’arte, architettura e pubblico. Dall’immaginare ambienti per l’arte, la sua ricerca si è spostata verso oggetti capaci di trasformare lo spazio. Una riflessione su manualità e artigianalità come forme di sapere ed espressione artistica. Con Mani d’Arte, ha approfondito il rapporto tra arte, tecnica artigianale e eredità manuale, interessandosi in particolare alla produzione tessile realizzata da donne artigiane in India. Come designer, ha iniziato realizzando pezzi custom in collaborazione con Garibaldi Architects. Durante il Salone del Mobile ha presentato Cytrus Biancamaria, dove ha debuttato come designer e definito l’identità spaziale della mostra. La sua pratica si muove sul confine tra arte e design. Un design relazionale, capace di connettere lo spazio e chi lo attraversa, intrecciando linguaggi progettuali contemporanei e pratiche artigianali provenienti da geografie diverse, fino a trasformare il confine tra tecniche, culture e forme in uno spazio di scambio.