Oggetti in filato di lino, lana e cotone
Porous Boundaries
2026
Questo lavoro è una riflessione sulla condizione contemporanea del confine.
In un'epoca segnata da migrazioni, instabilità ambientale e territori contesi, l'installazione rifiuta l'idea del confine come chiusura. Al contrario, lo propone come un'interfaccia permeabile: un luogo di incontro, tensione e trasformazione.
I visitatori non osservano le opere a distanza, ma le abitano. Il movimento diventa una forma di partecipazione, una negoziazione dello spazio che richiama dinamiche sociali e politiche più ampie legate all'attraversamento, all'attesa e all'appartenenza. Nella loro silenziosa materialità, le tele suggeriscono che i confini non siano linee fisse, ma processi viventi, continuamente tessuti e disfatti.
Una presentazione immersiva, concepita in dialogo con lo spazio espositivo, composta da arazzi in pizzo tessuti a mano e capi d'abbigliamento, trasforma il tessile in un'esperienza spaziale e politica del Confine.
Piuttosto che presentare le opere come oggetti statici, l’installazione si configura come una soglia attraversabile, all'interno della quale i visitatori si muovono attraverso stratificazioni di confini intrecciati: mai completamente dentro, mai del tutto fuori.
L'allestimento è concepito come una sequenza di partizioni semitrasparenti sospese all'interno di uno spazio storico.
I grandi pannelli tessuti di Munsel cadono liberamente, disposti su piani paralleli leggermente sfalsati.
I capi tessuti a mano, sospesi nello spazio, occupano una posizione centrale. Fluttuano all'altezza dello sguardo come presenze silenziose: né indossati né abbandonati, ma in attesa. Diventano così oggetti-soglia, evocando il corpo come luogo al tempo stesso protetto ed esposto, custodito all'interno di una fragile architettura di fili.
La luce naturale è un elemento essenziale del progetto. Con il mutare della luce del giorno, i raggi attraversano le trame aperte del tessuto, proiettando ombre che ridisegnano continuamente i confini su pareti e pavimenti.
I tessuti si estendono così oltre la propria materialità, dando origine a effimere architetture di luce.
Attraverso la reinterpretazione contemporanea del pizzo — fragile, irregolare, in alcuni punti quasi in disfacimento — Munsel mette in evidenza la tensione tra ordine e perturbazione.
In contrasto con la regolarità strutturale dei fili d'ordito, questi elementi evocano paesaggi trasportati all'interno dello spazio espositivo e suggeriscono che i confini non siano soltanto culturali o politici, ma anche ecologici.
Barbara Munsel si è formata come designer presso la Royal Academy of Arts dell’Aia (Paesi Bassi) ed è oggi artista tessile e designer. La sua ricerca si concentra sulle possibilità concettuali e materiche del tessuto.
Lavorando principalmente con il tessile, Munsel considera il tessuto come un palinsesto: una superficie attiva nella quale rimangono impresse tracce di gesti, storie e significati precedenti.
La sua pratica è caratterizzata da un linguaggio visivo distintivo fatto di composizioni stratificate e frammentate, attraverso le quali indaga temi quali identità, memoria e trasformazione. Grazie a un percorso formativo che alimenta sia il suo impianto concettuale sia il suo approccio alla materia, Munsel considera il tessile un mezzo espressivo dinamico piuttosto che una superficie statica.
Le sue opere si confrontano spesso con processi di decostruzione e ricostruzione, riflettendo un interesse più ampio per il modo in cui il significato si forma, viene messo in discussione e successivamente rielaborato nel tempo.
Situata nell’ambito dell’arte tessile contemporanea, la pratica di Munsel si situa al confine tra design e arte contemporanea. Il suo lavoro pone l’accento sul processo, sulla tattilità e sulla dimensione temporale dei materiali, contribuendo al dibattito contemporaneo sul tessile come strumento di indagine critica e riflessione.