Aline Melaet

Time Out — Objects at the Threshold
2026

Aline Melaet presenta due opere del progetto Time Out, che esplorano il confine non come una linea di separazione, ma come una condizione vissuta e percettiva: uno spazio in cui si compiono transizioni tra materia, gesto e presenza, reinterpretando la soglia come uno spazio condiviso di negoziazione (con-finis).

Al centro della proposta si trova un nuovo esemplare unico di campana, realizzato appositamente per questa occasione, in continuità con Rumble I (2026), sviluppato in collaborazione con Raphaëlle Bosmans (autrice del manico in legno) e oggi parte di una collezione privata. Questa nuova iterazione prosegue l'indagine sull'oggetto inteso come soglia sonora. Attivata attraverso un gesto minimo, la campana produce una risonanza sottile che si colloca ai limiti della percezione. Il suono si dispiega nel tempo, segnando il passaggio tra silenzio e attenzione. Questo momento di attivazione richiama un istante sospeso, immediatamente prima o dopo l'impatto, quando la consapevolezza si intensifica. L'oggetto definisce uno spazio senza racchiuderlo, creando un confine immateriale che invita il visitatore a passare da un'osservazione passiva a una presenza incarnata.

In dialogo con questa opera, il vaso in ceramica 60" affronta il tema del confine del corpo. Ispirato allo storico crachoir (sputacchiera), il pezzo viene reinterpretato come un'interfaccia ambigua, sospesa tra contenimento e rilascio, intimità ed esposizione. Sviluppata insieme a una scatola di conservazione ispirata ai tomobako giapponesi, l'opera si estende in una dimensione collaborativa, integrando elementi in legno realizzati da Raphaëlle Bosmans e una fascia tessile di Amandine Brun Sauvant. Insieme, questi componenti introducono gesti di cura, custodia e attivazione, presentando l'oggetto come qualcosa da maneggiare, svelare e riattivare nel tempo.

Le opere nascono da un processo fortemente orientato alla ricerca sui materiali, che combina impasti ceramici sperimentali e smalti a base di cenere di legno formulati dall'artista. Le superfici rivelano le tracce della trasformazione – colature, texture e bordi bruciati – che testimoniano l'incontro tra controllo e imprevedibilità. Queste transizioni materiche possono essere lette come luoghi di impatto, dove l'intenzione si confronta con l'autonomia della materia e dove la forma emerge dalla tensione tra i due.

Nel più ampio contesto di Time Out, progetto che riflette sulla pausa come risposta all'accelerazione del presente, queste opere interpretano il confine come un momento di sospensione. Come l'intervallo tra un round e l'altro, questa pausa non è inattiva, ma densa di energia: uno spazio di ricalibrazione, attenzione e possibilità.

Attraverso un'attenzione alla lentezza, alla precisione e alla percezione incarnata, il progetto propone il confine come luogo d'incontro: una soglia in cui oggetto, corpo e ambiente si relazionano, rendendo possibile l'emergere di nuove forme di consapevolezza.

Attiva a Bruxelles, Aline Melaet è artista, ceramista, curatrice e designer. La sua pratica esplora la soglia tra artigianato funzionale e scultura da collezione.

Diplomata all’ENSAV La Cambre e membro di BeCraft, attinge a una formazione nel design tipografico e nella pratica curatoriale per sviluppare un approccio alla creazione dell’oggetto guidato dallo spazio e dalla materia.

Il suo lavoro si fonda sulla filosofia del “Time Out”, una risposta ai ritmi iper-accelerati della contemporaneità attraverso lentezza, attenzione e presenza sensoriale.

Combinando impasti ceramici personalizzati con smalti a base di cenere di legno autoprodotti, crea superfici modellate tanto dal controllo quanto dall’imprevedibilità, dove le tracce della trasformazione rimangono visibili.

Recentemente presentata a Collectible Brussels, la sua pratica si espande verso forme ibride che incorporano suono ed elementi fusi/ elementi ottenuti tramite fusione, riattivando riferimenti storici attraverso uno sguardo contemporaneo.

I suoi oggetti invitano a una relazione duratura, collocandosi all’intersezione tra uso, rituale e presenza poetica.