Anna Merkulova – Malfatto Ceramics

Distacco
2025

Il confine è una linea apparentemente definita e, al tempo stesso, una zona instabile: separa, protegge, delimita, ma si rivela davvero solo quando qualcosa lo mette in crisi. In questi vasi, il confine non coincide con il bordo dell’oggetto né con la sua funzione di contenitore. Si sposta sulla superficie, nelle crepe, negli intervalli, nei punti in cui la materia sembra perdere aderenza a sé stessa.

Realizzati in grès nero lavorato al tornio, i vasi vengono rivestiti con uno smalto bianco soggetto al fenomeno del crawling: durante la cottura, lo smalto si ritira, si apre, si separa dalla superficie, generando un pattern di crepe irregolari che richiama la terra arida, spaccata dal sole. Come spesso accade nella sua ricerca, l’imprevedibile non è un incidente da correggere, ma un metodo: materia, temperatura e gravità partecipano alla costruzione dell’opera, lasciando emergere forme non interamente programmabili.

Qui il confine è prima di tutto distacco. Lo smalto appartiene al vaso e, allo stesso tempo, se ne separa. È pelle e frattura, rivestimento e discontinuità, presenza e mancanza. Non copre la superficie in modo uniforme, ma la attraversa come una mappa instabile, lasciando affiorare il grès nero negli spazi vuoti tra le crepe. In questi interstizi si apre la vera tensione dell’opera: non tra forma e contenuto, ma tra adesione e rifiuto, tra ciò che resta unito e ciò che tende a separarsi.

La superficie diventa così un luogo ambiguo. Da lontano appare compatta, quasi minerale; da vicino si scompone in una trama fragile, fatta di margini, fenditure, ombre. La luce non si limita a illuminare l’oggetto, ma lo interpreta: colpendo i vuoti e le irregolarità, ridefinisce continuamente la percezione della forma. Ogni crepa diventa una soglia. Ogni ombra rivela il limite della superficie e, insieme, lo mette in dubbio.

Il vaso non è più soltanto un volume, ma un ritmo di pieni e vuoti, di smalto e assenza, di luce e profondità. Le crepe conservano la memoria di un movimento avvenuto durante la cottura: il momento in cui lo smalto ha ceduto, si è ritirato, ha perso contatto con la materia sottostante. Il crawling trattiene questo gesto nel suo farsi, trasformando il distacco in immagine e l’accidente in struttura.

Ma allora dove finisce e dove inizia la superficie? Dove finisce e dove inizia la pelle? Nel punto in cui si separa dall’esterno, o proprio nel punto in cui lo incontra? La pelle protegge, ma espone; separa, ma è il primo luogo di contatto. È ciò che ci delimita e, allo stesso tempo, ciò attraverso cui veniamo toccati. Allo stesso modo, lo smalto crepato lavora su questa ambivalenza: inizio e fine, contatto e distacco, protezione e vulnerabilità, visibile e invisibile.

I vasi portano sulla loro superficie l’immagine di una frattura del tempo. Non imitano la terra crepata: ne condividono la logica. In essi il confine non è una linea stabile, ma una separazione viva, una distanza che continua a produrre senso. È il punto in cui la materia si stacca da sé stessa e, proprio in quel distacco, trova la propria forma.

Anna Merkulova (Mosca, 1995) si appassiona all’arte fin da bambina, esplorando la ceramica, l’incisione e il disegno. Formata all’Università Stroganov di Mosca in graphic design, si addentra nel rapporto tra segno, significato e identità visiva, collaborando con Paratype e integrando nella propria ricerca la calligrafia e la stampa. Applica questa ricerca a marchi, principalmente di lusso, per creare identità visive in cui il segno diventa identità. In Italia, la necessità di un ritorno alla materia la riporta alla ceramica. Fonda Malfatto Ceramics a Roma, un progetto che pone l’imperfezione al centro della propria estetica: ogni pezzo nasce come tensione tra controllo ed errore, tra forma e imprevisto, tra segno e significato.